"spero che leggerai
in tempo questo messaggio, non vorrei farti fare un viaggio a vuoto...
purtroppo ho dovuto rinviare il volo, è inutile che ti spieghi ora il
perché, sappi che arriverò martedì… mi spiace cocco…
baci"
ha avuto un contrattempo, quindi arriverà tra 5 lunghissimi giorni. dovrò
armarmi di tanta pazienza, e aspettarla qui, nella pancia del grande mostro,
la città con più abitanti al mondo, 23 milioni, e un mare di gente
non censita che vive “al di fuori”. el Districto Federal…
Città del Messico.
ora non sono arrabbiato.
non sono per niente alterato. i miei nervi rispondono alla perfezione, in risonanza
come le corde di un’arpa.
certo, i miei pensieri sono pacati.
non sono arrabbiato. non più ormai.
continuo a respirare questa aria acidula, irritante, mentre mi dirigo all’albergo.
devo ricordarmi di stare attento quando attraverso la strada, adesso.
Gesù, solo un giorno fa, alla stessa ora, stavo ammirando il tramonto
sul pacifico, a bordo della mia amaca in pura seta, tra un churro e
una noce di cocco, così felice di esser nato… tra cielo terra e
l'infinitoooooo…
la receptionist dell’hotel mi richiama bruscamente al presente, <<buenas
tarde señor>>.
<<sì buenas, llave 305, por favor>> le sibilo, simulando
un patetico tono sereno.
giro la chiave, mi butto sul letto. sono sfinito.
sono di nuovo qua, nella solita camera senza finestre, la 305. ne conosco il
soffitto a memoria. cambiano solo le voci dei vicini. ci passerò i prossimi
5 giorni, e questo non era in programma Cristo!
tutte le immagini del viaggio di andata mi sfilano davanti. non ci posso credere.
vorrei fermarne qualcuna, ed ecco che impugno la penna.
..il giorno prima..
mercoledì 5 – ore 19.00
è giunta l’ora, è il momento di partire, lascio il paradiso,
ma solo per un paio di giorni, se tutto va liscio tra una cinquantina di ore
sono di nuovo qua, a casetta, nel mio nido.
è giunta l’ora, e visto che in paradiso nessuno sa quando passa
l’autobus, decido di mettermi sulla strada e aspettare.
ho un’ obiettivo da perseguire, la principessa arriva domani, e non voglio
rischiare di avere odiosi inconvenienti.
scruterò il suo aereo atterrare, e quando la vedrò uscire dalle
porte scorrevoli tirerò un sospiro di sollievo. Non voglio grane.
e così mi dico che posso anche aspettare un’ora, un’ora e
mezzo sulla strada, pur di non perdere quel benedetto autobus.
riguardo entusiasta l’orologio.
ore 19.13
ma come! speravo che fosse passata almeno mezz’ora cacchio!
guardo bene la strada, poi tendo l’orecchio verso la valle, da lì
si può sentire l’approssimarsi di un mezzo pesante come una corriera
o un camion.
e si, finalmente sento qualcosa in lontananza, pare che qui non sia ammesso
l’uso di silenziatori per marmitte.
riguardo l’orologio
ore 19.21
si! sta arrivando, si sta avvicinando. ma prima che il mio cervello possa mandare
un impulso ai muscoli motori delle gambe per alzarmi, realizzo che quello che
sta arrivando è un fottuto camion. un trailer, come lo chiamano qua.
stai calmo, impreco fra me e me, sei qua solo da 25 minuti, e vuoi già
essere raccolto?
calmati e siediti. goditi il paesaggio
ore 20.00
in quest’ ultima mezz’ora ho capito quanto sia sviluppato in questo
stato il trasporto terrestre via autoarticolato.
e sollevano anche un sacco di polvere.
e io me la mangio. ne passano 100, ma di autobus nemmeno la puzza.
ore 20.30
la noia, la noia.
mi rispinge giù in paese, un salto per comprare due biscotti che, più
che per la fame, servono a combattere la noia per altri dieci minuti.
torno sulla carrettera. mangio. bevo. guardo le stelle. guardo i trailer passare.
in quel momento penso che vorrei essere il copertone di un camion diretto a
Mexico City.
e rotolare, rotolare incessantemente verso la meta.
ore 21.00
merda! sono già due ore e ancora niente.
per fortuna un colpo di scena ha scosso un po’ la notte.
me ne stavo lì seduto su un mucchio di terra, quando una banda di quattro
ragazzini mi si avvicina, e uno di loro mi fa:
<<cuidado hombre, estas en Michoacan!>>
e detto questo, mi mostra un coltellaccio che teneva nascosto sotto la maglia.
un altro compare mi si avvicina, e farfuglia qualcosa che finisce con “costa”.
capisco che stanno solo giocando a fare i bulli, e mi viene da sorridere.
li vedo allontanarsi, mentre un coro di narici che “tirano su” (cosa
tirino è facile immaginare) li accompagna verso la buia carrettera.
li vedo sdraiarsi sulla strada, ridacchiano, sfidando gli automezzi.
guardo le stelle.
ne cade una.
che palle.
ore 21.30
in questo momento la vita mi sorride come una mantide religiosa al suo partner
odoroso di amplesso.
decido di accendermi la paglia che mi ero preparato per affrontare il lungo
viaggio.
ore 21.35
la spengo a metà e la ripongo, penso che il viaggio deve ancora iniziare.
subito dopo compaiono due ragazzi della zona, sui trent’ anni, diretti
a Lazaro Cardenas.
mi resuscitano le loro dolci parole, <<prendiamo anche noi quell’autobus,
passerà tra dieci minuti>>
belli. mi erano subito diventati simpatici.
dopo pochi minuti di chiacchiere si erano sentiti di offrirmi un bel chilo di
marijuana ad un prezzo stracciato. era una proposta comune da queste parti.
rifiutai e rimanemmo a chiacchierare.
che personaggi indimenticabili. uno di loro si chiamava Mosè. prima di
lasciarci mi hanno offerto tutta l’ospitalità possibile nel loro
rancho, una fattoria vicino alla costa.
ore 21.45
Dio esiste, sottoforma di arrivo di rombante autobus.
si parte.
evviva.
povero tapino.
ore 01.00
dopo circa tre ore arrivo a Lazaro Cardenas, a prima vista sembra la tipica
città coloniale messicana, molto estesa, ma con le costruzioni più
alte che non superano i tre piani d’altezza. esco in cerca di un bancomat.
mi colpisce subito l’attività notturna. c’è un serpentone
di taxi che aspetta improbabili turisti, mentre gli autisti seduti sui cofani
formano globi di chiacchiere. baracchini gastronomici ancora aperti, fanno bella
mostra dei loro vapori di frittura. ne approfitto. passanti e cani passanti.
con disinvoltura riesco a fare bancomat e a finire quella mezza canna, poi è
ora di ripartire. non è poi così male questo viaggetto, mi illudo
tra me e me, mentre mi incammino verso il terminal.
ore 02.00
sono sull’autobus che va a Morelia, mi hanno detto che ci vorranno 8 ore.
vabbè.
l’autobus è semivuoto, mi sono già preparato la cuccia,
e ho già sopra la fantastica copertina da viaggio. non è così
male, cacchio.
arrivato a Morelia, fantasticavo, sarà uno scherzo arrivare a Mexico
City.
mi stiro e mi rannicchio, e chiudo gli occhi ormai tumefatti.
buonanotte.
ore 05.00
mi risveglia il soffio della porta dell’autobus. sono passate circa tre
ore. visto che siamo fermi, chiedo al choffeur se posso scendere per cinque
minuti, e così imparo che quella sosta era una coincidenza con l’altra
linea, e che di fronte a noi c’era l’autobus sul quale avrei dovuto
saltare al volo. e così feci, per un soffio.
doveva avermi svegliato un angelo custode.
pensai, bel culo ragazzo!
mi sistemo nella cuccia formata da due sedili sgangherati, mi rannicchio, chiudo
gli occhi decisamente tumefatti. buonanotte.
ore 08.00
mi risveglia di nuovo il soffio della porta dell’autobus. siamo fermi
in un terminal, questa volta.
è fatta! gioisco tra me e me, sono a Morelia, e il tempo è volato
veloce.
tutte balle. tutte grossissime e gonfie palle.
ero a Uruapan, mancavano ancora due ore, e c’era un’altra coincidenza
ad aspettarmi, e anche questa volta non ne sapevo niente, e per il solito colpo
di culo sono riuscito a prendere questo quarto autobus.
ore 10.00
uff, sono arrivato. posso quasi sentire il puzzo di Città del Messico,
da qua.
mi merito una colazione, e incredibilmente per la prima volta da quando sono
in queste terre, proprio lì, nel bar del terminal cosa ti trovo? il caffè.
era la prima volta che riuscivo a bermi un vero, genuino e profumoso caffè
alla messicana, e non il solito rivoltante caffè solubile, tristemente
venduto in moltissimi terminal e ristoranti.
ero contento. ho anche fischiettato un motivetto. messicano.
molto bene. ho mangiato, pisciato, fischiettato, ora me ne posso anche andare
a Mexico City, e allora le dico:
<<un boleto por mexico, por favor>>
<<primera o segunda clase, señor?>>
<<cuanto cuestan?>>
<<200 pesos en primiera clase, 150 en segunda>>
<<un boleto de segunda, por favor>>
presi il mio biglietto in classe economica e me ne andai.
ore 10.30
ecco l’autobus
ore 12.00
arriviamo ad un paese abbastanza grande, così ne approfitto per sbirciare
sulla cartina a che punto del tragitto siamo. secondo i miei rosei calcoli siamo
a meno di un’ora da quel mostro di città. Princesa arriva alle
19.00, ho tutto il tempo che voglio, cercherò un buon hotel che non costi
molto, tanto è solo per una notte.
solo per una notte. per una notte. una notte, uhmmm, ma, un momento, secondo
la mappa sono da un’altra parte, non proprio sul cammino che avevo previsto.
<<senta>> faccio al bigliettaio, <<quanto
manca per Mex City?>>
<<coooosa? sta scherzando?!>>
in quel momento, l’illuminazione.
l’autobus di prima costa di più, anche perché usa preferibilmente
autostrade, belle, grasse, snodate e dritte autostrade. veloci, liscie, aaah
che goduria! e pagano il pedaggio.
il cornuto autobus di seconda, invece, si ferma ad ogni cactus che incontra,
e questo proprio nella terra dei cactus! inoltre procede a zig-zag, raccogliendo
gente, un paesino qua, l’altro su quel colle là.
se ci sono due persone ad aspettare l’autobus, uno a 30 metri dall’altro,
ci si ferma davanti a ognuno, per farlo salire.
ma porca puttana, impreco tra me e me mentre guardo l’orologio e ripenso
alle parole appena ascoltate del bigliettaio “son 5 oras… mas
o menos, señor”
ore 16.00
siamo appena ripartiti dall’ennesimo paesino, dove per l’ennesima
volta ci si è fermati per due persone distanti trenta metri uno dall’altro.
poco dopo siamo di nuovo fermi. l’autista scende, il bigliettaio anche,
seguito da un curioso. non sembra un buon presagio. qualcosa che vedo in terra,
fuori dal mio finestrino, mi fa raggelare il sangue: un liquido bluastro sta
formando un inquietante laghetto proprio lì sotto.
la voce si sparge subito, il motore sta perdendo il liquido di raffreddamento.
un disgraziato seduto lì vicino mi fa sussultare, dicendomi che probabilmente
dovremo aspettare che passi il successivo autobus della compagnia, non prima
di due ore quindi, e se lo spazio rimasto a bordo lo consente.
già mi vedo l’assalto, una quarantina di genti, tutte alquanto
smaniose di trovare almeno quel quarto di metro quadrato dove poter stare anche
solo in piedi, per tutto il tragitto, pur di arrivare. spinte e parolacce per
tutti. e il mio appuntamento all’aeroporto che sfuma. e tutti i problemi
che mi porterà tutto ciò.
sbannngghh!!!!!
sussulto, l’autista ha appena richiuso il portellone che si trova sotto
il mio finestrino, e mi sembra di capire… credo che da come muove la testa…
mah… ma si! è fatta! non voglio sapere niente, mi basta veder ripartire
l’autobus. d’altronde l’abilità nell’eseguire
riparazioni di fortuna con materiali di recupero, è una delle solari
qualità di questo vivace popolo.
ore 18.00
finalmente calpesto il suolo della terra promessa, nel terminal nord di Mexico
City. e manca appena un’ora.
mi costa sempre qualche giorno abituarmi al clima di questo primato mondiale
di città. più che il clima, mi irrita l’atmosfera inquinata,
che mi spinge molto spesso a rifugiarmi nei parchi, dove si respira un’aria
che assomiglia a quella vera.
ma sono felice. so che mi fermerò solo un giorno, il tutto mi va molto
a genio. tra l’altro in questa città trovi di tutto, ne approfitterò
per accaparrarmi cose introvabili altrove, come riso integrale, tabacco per
sigarette, olio di oliva italiano.
mi dirigo verso la metropolitana, fischiettando un motivetto. messicano. le
linee sono molto lunghe in questa città, infatti questa tratta dura ben
trentacinque minuti. salto su e mi appoggio a un tubo. non ho neanche voglia
di sedermi, lo sono stato per quasi un giorno. comincio a contare le fermate.
uno, due, tre…
sono in orario; nonostante tutto ci arrivo di culo, perfetto e puntuale, vai!
…sette, otto, fuori!
da lì, all’arrivo dei voli internazionali sono dieci minuti a piedi,
che percorro a passo veloce e sicuro. sto per compiere la mia missione. e allora
fischietto l’inno messicano.
eccomi qua, sono arrivato alle porte di uscita.
mmmmh, mancano ancora dieci minuti, ne approfitto per guardare la mia posta
elettronica, anche per rassicurarmi che sia tutto a posto, magari un saluto
di principessa con qualche bella frase, prima della partenza.
ecco, è un nuovo tipo di terminale, funziona a schede, ne ho una telefonica
e provo a inserirla, il terminale si attiva, clicco qua e là, user name,
password, clicco, inbox, c'è un messaggio… è proprio suo…
lo apro e…
noooooo cazzooooooooooooooooooo